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DIARIO DEI VISITATORI

[ 1585 messaggi sul diario - pag 1 di 159 ]
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Laura
ha scritto:
Ciao, tenete duro combatteremo anche la neve e il freddo, sara' una bella festa.Auguri BUONA BAYO Laura
[ #
04/02/2012 19.22.20 ]
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pinot
ha scritto:
buona baio a tutti dalla valle che resiste e non si "arresta".Ci vedremo a Sanpeyre.A sara' dura.
[ #
01/02/2012 19.25.29 ]
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Serena
ha scritto:
Buon divertimento per domani sera!!!!Noi saremo a ciaspolare/sciare di notte in Val Troncea...la prossima volta però sarà da voi:il 4-5 veniamo a Bellino...
[ #
13/01/2012 18.48.13 ]
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c.m. in ritardo
ha scritto:
buon anno a tutti!!!
via aspettiamo a Pragelato!
[ #
03/01/2012 18.30.53 ]
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matteo
di la chanal ha scritto:
caro Giancarlo,
mmmh analisi spietata.
cogli molte verità, senza dubbio.
rimango però decisamente dubbioso sulla tua visione circa il "giovane montanaro ignorante".
innanzi tutto perchè a volte potrebbe forse essere ( soprattutto in quelle valli dove la cultura secolare delle alte terre è ancora ben viva) ignorante della cultura "ufficiale" e scolastica ma ancora molto ricco di quella tradizionale. Ti assicuro che non sono solo favole: conosco decine di giovani sotto i 25 anni che vivono benissimo in paesi sotto i 200 abitanti e non sono per niente insoddisfatti della propria vita sociale, lavorativa o delle proprie prospettive.
Innanzi tutto una cosa da sfatare: quello che non manca nelle alte valli, al contrario della pianura e ancor più della città, è il lavoro.
Altra premessa: a mio parere essere fuori dalla cultura “ufficiale” (che poi in qualche modo è quella globale) è un vantaggio perché permette di non assoggettarsi ai modelli proposti, che in parte non sono attuabili quassù, non dovervi tendere per forza. Solo questa è la via che attualmente può permettere a dei giovani di vivere bene sulle nostre montagne (oltre a quella del ritorno dopo un’alienazione, da te proposta).
Dove la cultura locale tradizionale era talmente forte da contrastare ancor oggi la globalizzazione culturale (per esempio in Alta Val Varaita) i giovani resistono e, anche quando, a volte, emigrano stagionalmente o per alcuni periodi, il legame con i loro paesi, la loro valle, è talmente forte da non mettere in dubbio il futuro.
Cultura tradizionale secondo me significa: lingua, costumi, modi di divertirsi, valori e aspirazioni in tutto o in parte diversi da quelli dominanti. Ognuna di queste cose ci permette di riconoscere un “noi” diverso dagli “altri” e permette che all’interno di quel noi si possa vivere in maniera diversa senza sentirsi inferiori (che alla fine è quello che succederebbe fondamentalmente al tuo “montanaro ignorante” cui contrappongo un ormai isolato e forse in via d’estinzione - ma non ancora vinto - “montanaro cosciente”)
Hai mai pensato che un ragazzo di Alta Valle è comunque obbligato a scendere in pianura per accedere a qualsiasi possibilità formativa (che in ogni caso non tiene in nessun conto le peculiarità economico-culturali delle Valli)? Che non esistono strade intervallive veramente percorribili? Che praticamente tutti i servizi pubblici sono situati in pianura o nei fondo-valle?
In queste condizioni è già un miracolo che esistano posti come Bellino o, addirittura, come Sampeyre.
Secondo i modelli della cultura dominante tutti dobbiamo studiare col fine di trovare (sempre tutti o quantomeno i capaci e meritevoli) un lavoro consono a quelle che sono le aspettative. I ragazzi diventeranno quindi tutti avvocati, manager, ingegneri e architetti o quantomeno ragionieri, impiegati, bancari. Nessuno deve avere come modello il lavoro manuale, l’artigianato, l’allevamento, l’agricoltura (evidentemente cose che vanno bene per i detestati immigrati). Poi per trovare posto a tutti questi figli della globalizzazione culturale si moltiplicano leggi e leggine, controlli e controllori, burocrazia, consulenze e assurdità varie pressoché inutili se non a piazzare il maggior numero di lavoratori del nulla. Ecco, fortunatamente nelle nostre montagne i posti per questi ultimi sono ancora limitati.
C’è invece ancora spazio per bravi artigiani, muratori, allevatori e agricoltori che propongano idee moderne (cioè spesso, in realtà, la rivisitazione attuale di quelle semplici ed antiche). La filiera corta produttore-consumatore, l’attenzione per la vera architettura tradizionale e i materiali locali, le colture bio, le lavorazioni “a mano”, il turismo e lo sport integrati alla cultura ed alla conoscenza del territorio sono metodi che se ben utilizzati creano un’economia vera e durevole e possono permettere il rinnovamento di una società. Invero c’è ancora spazio anche per i laureati, a patto che si impegnino in questi campi oltre naturalmente a quelli dello sfruttamento (brutta parola che deve andare a braccetto con altre due: controllo e sostenibilità) delle risorse naturali che a queste nostre montagne fortunatamente non mancano per niente (acqua, foreste, fauna, paesaggio). Questi ultimi dovrebbero essere la guida e l’ispirazione degli altri, a loro dovrebbe essere il compito di attualizzare il vivere la montagna.
Certo che finchè la guida intellettuale e tecnica delle nostre valli è demandata ai geometri (con tutto il rispetto e le mie scuse anticipate a tutti i geo…), il turismo alla costruzione di stazioni sciistiche fini a se stesse o al mero mantenimento di 4 commercianti e dei loro condominii, lo sviluppo alle speculazioni edilizie, la cultura al folklore dei “balli occitani”, la scuola alla pianura con format standard per tutto il territorio italiano, tutti i servizi ed il diritto all’accesso agli stessi ridotto ai minimi termini, sarà molto difficile applicare un modello diverso dall’attuale e tutto ciò che rimane è resistenza umana di cui possiamo ringraziare la forza culturale dei secoli passati in cui le alpi erano il crocevia d’Europa .
[ #
21/12/2011 10.11.59 ]
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Giancarlo Maculotti
ha scritto:
Mi chiedo, che cosa penseranno i giovani che stanno quassù? I ragazzi sono convinti che “non c'è nulla” in paesi dieci, venti volte più grandi, a pochi chilometri (4-5, non 27!) da comuni grossi dotati di tutti i servizi, figuriamoci quassù. Dovevano essere ben disperati questi Valser per insediarsi in luoghi così solitari! Ma erano epoche diverse e entrare nella mentalità dei dissodatori di cinque secoli fa non è facile.
Oggi giovani montanari dei piccoli paesi sono tristi e vivono la montagna come una prigione. Non so dar loro torto. Con l'esigenza che hanno di avere rapporti sociali un po' più estesi di quelli esistenti in comunità così striminzite, non possono che avere la sindrome del carcerato. Ma mi chiedo: c'è un futuro per questi paesucoli da 80-200 abitanti?
I giovani montanari sono tristi? Certamente sì. Soprattutto se non hanno studiato e non si sono mai mossi dalle loro case. Non sono tristi coloro che ritornano volontariamente dopo esperienze lontane e sono colti (che non significa necessariamente laureati). Allora mi interrogo: come riprodurre l'atteggiamento, la psicologia, i desideri del dissodatore che ha popolato queste montagne, anche le più impervie? I Valser non fanno testo. E nemmeno i Cimbri e i Valdesi. Fuggivano da situazioni sicuramente difficili o da persecuzioni e non avevano grande possibilità di scelta. Potevano insediarsi solo nei posti lasciati liberi dai più antichi colonizzatori ed erano tollerati solo se rimanevano lassù. I Valdesi potranno scendere sotto gli 800 metri dopo il 1848 con un provvedimento legislativo di Carlo Alberto che si merita così eterna gratitudine e un monumento a Torre Pellice.
Ma oggi, la scelta della montagna chi la può fare e a quali condizioni? Chi è capace di vivere senza un centro commerciale, un ospedale, uno stadio, un bar pieno di sfaccendati, a tiro di schioppo? Pochi eletti, diciamolo subito. Colti e di una certa età. Non certo i giovani. Non certo le ragazze che per motivi quasi “biologici” vogliono vedersi circondate da abbondante truppa. Allora vuol dire che la sfida è ardua e non bisogna esorcizzarla ma affrontarla di petto per quello che è: una lotta quasi impossibile totalmente controcorrente. Ci sono delle possibilità? Certo, ma non vengono da sole.
Diciamo che lavora a nostro favore la grande città. Oggi bisogna essere bacati per dire che si vive bene in una metropoli. Nella città è tutto contro natura: gli spazi, il verde, il traffico, la competitività, il rumore, l'inquinamento. In una parola l'oppressione tipica dei grandi ambienti affollati. Eppure il mondo corre tutto lì. La popolazione urbanizzata è in continuo aumento mentre le montagne si spopolano. Non fa niente se in paese c'è la scuola, la posta, la farmacia, il municipio. Si spopolano né più né meno.
Lavora a nostro favore la cultura: l'avvocato, l'insegnante, il commercialista che vuole vivere in modo più umano può lasciare la città e andare a fare il capraio. Ma attenzione: non lo fa per disperazione: lo fa perché il conto in banca ce l'ha e mal che vada... Lo fa perché sa vivere anche senza solitarie opprimenti vocianti moltitudini (ma non prima di averle amate e vezzeggiate ed essersi libidinosamente immerso almeno ai tempi dell'Università). Lo fa se la moglie lo permette o condivide e i figli sono già grandi e belle e laureati. Lo fa se è un appassionato lettore e ha capito che la felicità è solo ed esclusivamente nell'immersione totale in un letto di libri (ora si può portare l'I-Pad con 10 mila volumi incorporati. Non c'è neanche la fatica del trasloco). Lo fa insomma in circostanze talmente particolari che sono difficilmente riproducibili.
La speranza è quella che di saggi spostati come questi ce ne siano sempre di più e che la città ne produca in forma industriale. I montanari tristi ed ignoranti invece non devono rimanere quassù. Fanno solo danni. E' meglio che s'inurbino alla svelta e la smettano di rompere. Con questi ultimi non c'è nulla da fare. La partita è proprio persa.
Il magnetismo della montagna funziona solo per chi non è corrotto dalla civiltà consumistica o se ne è già abbondantemente abbeverato fino alla nausea. Con gli altri no. Se è la città che rende liberi si va in città. Mi pare ovvio. Diventasse la montagna impervia foriera di libertà, i poli della calamita si rovescerebbero. Del resto non è successo così con i dissodatori? Partivano e si stabilivano sui ronchi perchè il ronco li liberava dal servaggio. Altrimenti, non preoccupatevi, sarebbero rimasti dov'erano. Vicini ai teatri, alle terme, alle vie lastrate, alle campagne coltivabili con buoi e meno maledetta fatica nelle braccia. Il travaglio (travaille) che ti piega il corpo anzitempo e te lo riduce incartapecorito a quarant'anni. Si corre verso la libertà. La schiavitù se possibile la si rifugge.
[ #
18/12/2011 17.10.19 ]
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Maria
ha scritto:
In questi giorni di Festa Auguro a tutti voi serenita,gioia, pace e un futuro pieno di musica occitana.Il 2012 e l'arrivo del BAIO porti la voglia di continuare in tutti noi le tradizioni delle nostre montagne. AUGURI
[ #
17/12/2011 20.42.02 ]
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laura
ha scritto:
Quanto è bello pensare alle nostre montagne quando il sole sorge e tramonta lasciando nei nostri cuori la speranza e la gioia di vivere e di amare.Aspettando la neve vi abbraccio caramente Laura
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06/10/2011 22.36.42 ]
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Pier Paolo Viazzo
ha scritto:
L’antropologo Gian Paolo Gri, in occasione del convegno promosso da Rete Montagna nel 2006 dal titolo “Le Alpi che cambiano: nuovi abitanti, nuove culture, nuovi paesaggi”, presentò la seguente relazione: “Il peso dei numeri e degli anni: intorno al rapporto fra demografia e mutamento culturale”. Egli notava come nei due ultimi decenni del XX secolo l’immagine della società alpina fosse uscita profondamente cambiata da una stagione di studi – storici, geografici, antropologici – «segnata dal peso che i numeri hanno cominciato ad avere nelle analisi e nelle interpretazioni delle scienze umane». Partendo in effetti da un esercizio in larga misura numerico quale la ricostruzione della demografia delle Alpi nel lungo periodo, questi studi avevano fatto emergere una serie di “paradossi” – non solo demografici, come la relazione inversa tra altitudine e livelli della mortalità infantile, ma anche socio-culturali, come ad esempio la tendenza dell’alfabetizzazione a crescere con l’altitudine – che hanno imposto un ripensamento dei rapporti tra pianura e montagna soprattutto nel passato.
Nuovi e diversi paradossi alpini stanno però affiorando in questi anni, ancora una volta segnalati da mutamenti nei numeri della popolazione. Il mutamento più sorprendente – osservabile nelle Alpi francesi già nell’ultimo scorcio del XX secolo, ma riscontrato nell’ultimo decennio anche in varie parti delle Alpi italiane – è dato da una crescita degli abitanti in molti comuni dopo oltre un secolo di ininterrotto declino. Tale crescita, riconducibile primariamente all’immigrazione di “nuovi montanari”, si traduce in un mutamento di composizione delle popolazioni alpine che a sua volta solleva questioni di grande interesse: in primo luogo, infatti, impone di domandarsi con più forza e precisione che in passato – come già aveva fatto qualche anno fa Enrico Camanni – di chi siano le montagne e il loro patrimonio culturale, chi abbia il diritto e/o il dovere di trasmetterlo, e con quali modalità. Ci si deve chiedere innanzitutto se – o, meglio, in che senso – un mutamento demografico quale indubbiamente deve ritenersi l’inversione di tendenza che si registra oggi nella demografia alpina si traduca in un mutamento culturale. O, in altri termini, se questa inversione di tendenza implichi necessariamente una discontinuità culturale – soprattutto in un’area come quella alpina dove le comunità locali sono, in molti contesti, quasi condannate a dimostrare una continuità culturale con il passato. È affrontando domande di questo genere che ci si imbatte in nuovi paradossi: sembra infatti ragionevole credere – anche se questo andrà confermato da più puntuali indagini – che in non pochi casi una continuità culturale possa essere resa possibile solo da una discontinuità demografica (nuovi abitanti); e non si può escludere che, paradossalmente, settori forse ampi della popolazione “locale” (rappresentanti della continuità genealogica) possano ricercare innovazione e creatività (discontinuità) anziché una perpetuazione di tradizioni.
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01/10/2011 10.44.20 ]
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Lucia
ha scritto:
Mi ricordo la bellissima sera passata a Sampeyre il 14 agosto 2011 con rimpianto.Continuate così. Evviva l'Occitania e il nostro grande Piemonte.Un abbraccio Lucia
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17/09/2011 22.21.28 ]
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[ 1585 messaggi sul diario - pag 1 di 159 ]
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VENERDI' 16 MARZO (DA CONFERMARE) VILLAR SAN COSTANZO - ore 21,30 "I Ribelli della Montagna" : canti, immagini e parole della Resistenza per ricordare da dove proviene la nostra libertà"
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05 - 12 - 16 febbraio SAMPEYRE BAIO!!!
sab 18 FEBBRAIO Chianale - pomeriggio dalle ore 14,30 - LI LOUPS: carnevale tradizionale del Lupo di Chianale per le vie e nelle case del paese. sera balli e canti
DOMENICA 19 E MARTEDI' 21 Febbraio BELLINO - LA BEò DE BLINS
sfilata con partenza ore 14,30 da Chiazale
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